Romani a Milano? Ma sì! Basta premunirsi per il freddo (colbacco e cappottoni) e nel dubbio chiedere ai vigili urbani (“noio volevan savuàr….”). Qui al nord il clima è diverso – vallo a spiegare all’ondata di caldo africano che ha avvolto l’Europa in questi giorni: praticamente si fonde…
A parte gli scherzi, una gita di una settimana a Milano mi ha dato da riflettere su diverse cose. Da come mi trovi bene in questa città nonostante sia romano di origini sannite (cioè terrone) e come a me i milanesi risultino normalmente simpatici (poi dipende sempre dalle persone). A parte che al servizio verso il pubblico (e mi dicono anche a Napoli) si trova una cortesia che a Roma è sempre più rara (ma forse sta migliorando), si tratta comunque di una grande città italiana (anche se ben meno vasta di Roma), e come tale splendida nelle zone centrali e con i classici problemi nelle periferie. Nello specifico, sono stato presso il Politecnico di Milano, non per mio lavoro ma per accompagnare mio figlio adolescente ad un corso estivo offerto dal prestigioso istituto intitolato a Leonardo da Vinci. Era la seconda volta: l’anno scorso eravamo solo io e lui (magnifico viaggio tra padre e figlio) e quest’anno c’è la famiglia intera. Come l’altro anno, io ho dovuto continuare a lavorare da remoto. Quest’anno è potuta venire mia moglie ma ha dovuto fare la turista da sola. Lavorare dentro un’univeristà è stata la prima opportunità di riflessione che mi si è offerta.
Ho lavorato presso il dipartimento di Scienze Geologiche dell’Università di Roma Tre per 7 anni. Trovo l’ambiente universitario stimolante, sia per il continuo contatto coi giovani che per il tipo di lavoro che si svolge, un lavoro che ha per scopo la conoscenza. Mentre mio figlio seguiva i suoi corsi estivi io potevo liberamente sistemarmi su dei tavoli con prese elettriche per i propri dispositivi e lavorare. Anche se non era più il mio lavoro da geologo, lavoare dentro una università mi ha riportato alla mente le sensazioni che provavo quando ne ero davvero parte. Sono posti dove il progresso prende forma, l’avanzamento delle conoscenze avviene attorno a te anche se non ne sei diretto protagonista. E’ stimolante e energizzante. Io non ho mai avuto interesse a lavorare direttamente per un profitto. Anche se oggi non lavoro per la conoscenza, comunque ho il compito di risolvere un problema e questo rende interessante quello che faccio. Se poi la soluzione di questi problemi equivale a un maggior guadagno per i clienti ok, non mi interessa. A me arriva lo stipendio e non bado alle motivazioni e al vero scopo finale delle richieste che mi raggiungono. Le inquadro solo come problemi da risolvere. E farlo nel Politecnico di Milano mi piace di più che farlo da casa mia o dall’ufficio…
La riflessione su questo aspetto mi porta a capire che se mi fossi conosciuto meglio al momento giusto avrei concentrato i miei sforzi per una posizione lavorativa nel campo delle scienze. Ma è andata così ed è pure andata bene a rifletterci davvero su. Comunque all’arrivo in città, cercando un posto auto gratuito per la settimana, finisco per parcheggiare esattamente difronte alla sede milanese dell’Istituto Nazionale di Geofisica! Ma guarda un po’ il destino!
Un altrro spunto di riflessione me lo ha dato un piccolo incidente il primo giorno di questa seconda visita nel capoluogo lombardo. Dopo una prima mattinata di lavoro mi reco verso l’edificio con la mensa. Faccio per entrare nel cancello e mi ritrovo proiettato a terra (un grazie ai 20 anni di pratica di Aikido che mi proteggono ancora) e vedo accanto a me una bicicletta che mi era venuta addosso e una giovane ragazza cadere rovinosamente a terra. Nel tentativo di rialzarmi immediatamente ho sentito un forte dolore al polpaccio sinistro e al fianco e ho atteso un attimo per capire. La ragazza era subito in piedi a scusarsi continuamente in inglese. Circolava sul marciapiede e ha pensato di passarmi sulla sinistra proprio davanti al cancello in cui io stavo per entrare. Ed era senza casco! Sanguinava dalla testa copiosamente ma non voleva chiamare l’ambulanza per paura dei costi, essendo lei cittadina extraeuropea (di un paese dell’Europa dell’est). Alla fine tra me e una gentile farmacista che ci ha medicati l’abbiamo convinta e, arrivata l’ambulanza, abbiamo capito che era solo un piccolo taglio: il cuoio capelluto è molto irrorato e può sanguinare molto da un piccolo taglio. L’hanno portata in ospedale per un controllo e non ha speso un centesimo.
Io non sono rimasto con lei fino ad affidarla ad una ambulanza per fare bella figura. Sono un padre e ho pensato al suo, lontano, ignaro che la figlia si fosse fatta male in un paese straniero. Cosa avrei voluto se fosse successo a mio figlio, lontano da casa? Allora me ne sono occupato finché ho potuto e finché ho visto che era ormai in buone mani. Non ho mai pensato a chi avesse torto o meno nell’incidente. Semplicemente, mi sembrava ben più bisognosa di aiuto di me e ho fatto quello che ho potuto. Io, padre adulto, mi sono preso cura di una ventenne in difficoltà che poteva benissimo essere mia figlia (se non nipote, ma lasciamo stare!). Non ho pensato alle mie ferite ma a quelle di una ragazzetta che poteva essere mia figlia. L’avrei ovviamente fatto per mio figlio e se non ci fossi stato io mi avrebbe fatto piacere che avesse incontrato qualcuno con il mio stesso istinto di protezione. Ovviamente la cosa ha significato molto per la ragazza e immagino che lo avrà raccontato ai genitori, che mi saranno grati dell’aiuto. Ma non importa la loro gratitudine, importa che sono contento di aver reagito in questo modo.

Oggi un Sannita (ma cittadino romano) può arrivare in alto tra i Longobardi, anche se abita tra gli Etruschi!
Ce ne potevano essere altri di modi? Sì, la ragazza aveva torto marcio e poteva farmi male davvero o danneggiare il mio nuovo PC aziendale che era nello zaino che è volato via nell’impatto. Le bici non hanno obbligo di assicurazione (sbagliato) e avrei dovuto/potuto citare per danni la ragazzetta extracomunitaria. Bello eh? Sono contento che non mi è passato minimamente per la testa: ho visto una piccoletta appena più grande di mio figlio che grondava sangue dalla testa. Ho pensato al suo stato, non al mio, che c’ho 60+ anni e che sanguinavo un po’ dalla gamba. Era da soccorrere, non da accusare… e per i miei gusti si era già scusata abbastanza. Forse l’italiano medio di oggi, provinciale e concentrato sul proprio ego ed interesse avrebbe pensato di fare un po’ di soldi, di essere giustamente ricompensato per i danni subiti. O peggio, ventenne carina dell’est, si sente in colpa, prendo il numero con la scusa di sentire come sta, poi l’invito a bere una cosa così le do occasione di scusarsi meglio. Mah… eppure non credo sia difficile incontrare chi la pensa così. Tanto che è anche, a volte, difficile far capire che il mio aiuto alla ventenne era competamente disinteressato. Ma ad aver fatto una bella figura ci ho pensato: non alla mia, ma al nostro servizio sanitario gratuito per chi ospitiamo, anche se si tratta di extraeuropei. La poverina era preoccupata dei costi. Ma non ne ha dovuti affrontare. Negli USA c’è gente che scappa dalle ambulanze perché sa che mai potrà pagare i costi del soccorso, figuriamo del ricovero! La ragazza straniera temeva i costi ma l’hanno guardata come se non capissero: costi di che? Orgoglio nazionale! Magari altri punti di vista, forse più razionali (o razzisti), sosterrebbero che se non paghi le tasse qui e vuoi le cure le devi pagare. Ma equivarrebbe a medici che rifiutano di curare un criminale ferito dalla polizia. Purtroppo viviamo tempi in cui lo straniero è visto come un nemico. Io invece sono contento che le mie sudate tasse servano anche a soccorrere chi ne abbia bisogno, senza stare a guardare la cittadinanza.

Purtroppo viviamo tempi in cui lo straniero è visto come un nemico – vignetta emblematica e chiaramente esplicativa
Venire a Milano questi due anni mi ha dato la possibilità di rivedere due fratelli, amici di infanzia, che non vedevo da più di 40 anni. Passavano ogni estate nella regione di origine dei loro genitori, il Molise (esiste ed è parte di Terronia). Anche io ho i genitori molisani ed in quel periodo abitavamo vicino ai loro parenti di Campobasso. Dove abitavo io c’era un cortile che si riempiva di ragazzetti ad ogni stagione. E i due milanesi erano parte integrante del gruppo che li accoglieva ogni estate calorosamente (giustamente, essendo essi scesi dal freddo nord). Le moderne tecnologie social ci hanno permesso di ritrovarci ed abbiamo un gruppo Whatsapp con tutti i ragazzi del cortile, oggi piuttosto attempati. Così l’anno scorso ci siamo messi in contatto e ci siamo incontrati una sera. Impressionante: come essersi visti la settimana scorsa l’ultima volta! Oltre 40 anni passati ed abbiamo ripreso il discorso come niente fosse.
Lasciamo stare che sono chiaramente delle ottime persone, aperte e simpatiche, pronte allo scherzo e alla battuta. La cosa che fa pensare è come i legami che si formano in quella tenera età sono così forti, speciali, da consentire di sentirsi naturalmente a proprio agio assieme, dopo così tanti anni senza contatto. E’ vero che sono i ricordi della gioventù. Rappresentano qualcosa che hai perso (l’adolescenza) e a cui sei molto affezionato. Rivederli ti fa sentire vicino alla tua gioventù e ti fa piacere. Ma c’è anche un altro aspetto: sono legami che si sono formati quando eravamo allo stato potenziale più alto. Da allora avremmo pututo diventare qualsiasi cosa e non sapevamo cosa. Nulla era impossibile. Sicuramente sarebbe ancora potuto succedere di tutto a ognuno di noi. Un periodo di potenziale altissimo che contribuisce a creare ricordi profondi a cui restiamo per sempre affezionati. Nel nostro caso specifico abbiamo avuto una fortuna speciale. Il cortile della nostra infanzia è un posto magico. Ogni volta che passo lì devo assolutamente fare un salto a guardarlo. E’ irresistibile. Qualche anno fa ci sono passato con mio padre e mio figlio. Guardando il portone e le nostre finestre di allora devo dire che se avessimo potuto salire lì al terzo piano e passare la notte nel nostro vecchio e immenso appartamento degli anni 70, l’avrei fatto davvero volentieri. Il nostro cortile era nella posizione ideale per consentire un’infanzia spettacolare durante quegli anni. Tempi in cui si stava all’aperto, si giocava per strada inventando cose da fare. I legami creati così sono indelebili e mi spiace per mio figlio che non ne ha idea, essendo oggi i dispositivi connessi il mezzo principale per gestire le relazioni. Ed infatti il cortile oggi è vuoto e silenzioso, simbolo dei nostri tempi, in cui litigo con mio figlio per spingerlo a uscire, mentre litigavo con i miei per poter uscire. Oggi i ragazzi sono meno numerosi e pieni di attività programmate: palestra, tennis, calcio, nuoto, musica, inglese. Vedersi all’aperto sotto casa è secondario, non hanno tempo e voglia, e gli interessi, i giochi, sono altrove, nelle console e sulla rete.
Insomma, un sannita in gita a Mediolanum, nel freddo nord, ne è stimolato a riflettere su passato, presente e futuro. Certo, viaggiare apre la mente, anche se non si va in un paese straniero (ma che dico? Che ci faccio tra i Longobardi!?) è un’occasione per staccare dalla routine, riflettere sulle differenze (come caratteristiche stimolanti) e sulle cose che ci accomunano (tante), e magari anche per apprezzare quello che abbiamo e diao per scontato…



