Ma come è potuto succedere?

Se dovessi descrivere il mio percorso chitarristico (ovviamente molto amatoriale, si intende) dovrei per forza di cose partire dalla mia passione giovanile per i Pooh. Eh sì, i Pooh, proprio loro… Ma cosa c’entrano i Pooh con il blues-rock, con Hendrix, Clapton e John Mayer? Come sono passato dalla melodia italiana ad un gruppo che fa cover di John Mayer Trio? Ebbene, può a prima vista sorprendere ma il nesso c’è. Prima di tutto bisogna sottolineare che si tratta di quattro musicisti di caratura elevata. Uno poi potrebbe pensare, ok, sei cresciuto e i gusti sono cambiati. Invece non è proprio così, può sembrare strano ma una coerenza, un filo logico si può trovare…

Prima di tutto occorre precisare cosa si intende per Pooh. E’ il gruppo italiano più longevo, esistono dal 1966, ed hanno venduto più dischi dei Genesis, nonostante un pubblico sicuramente ristretto alla penisola ed ai suoi emigrati. Ma a parte questi dati, io non posso definirmi un fan dei Pooh in senso stretto. Lo sono stato da adolescente e sono rimasto legato a una certa loro produzione, in particolare quella che va dal 1977 al 1980. E non tutto, ovviamente. Perché mi piacevano quei Pooh e certe cose mi piacciono ancora? Semplice, perché mi piace la chitarra elettrica. Io ho scoperto la Fender Stratocaster con Dodi Battaglia, non con Hendrix. Dodi Battaglia è un chitarrista eccezionale e tecnicamente completo. Quando giovanissimo aprì col suo gruppo il concerto di Jimi Hendrix a Bologna, ebbe la sfrontatezza di suonare una cover di Hendrix. Incoscienza adolescenziale ma sicuramente anche sicurezza dei propri mezzi. Dodi Battaglia è molto più vicino al blues-rock di quanto la produzione Pooh anni 80 e oltre possa far pensare. E i Pooh sono molto più noti per quella produzione che per quello che ancora ascolto e suono io. Ci sono Pooh e Pooh: io non mi riferisco a brani famosi come Tanta Voglia di Lei, Pensiero, Uomini Soli, Amici per Sempre. Sono cose che non hanno nulla a che fare con i miei gusti. Ma nei loro album Rotolando Respirando, Boomerang, Viva e Stop si trovano delle chicche meno note che sono musicalmente molto valide e per niente semplici da approcciare. Possono tranquillamente essere definite come prog melodico o neoclassico. Anche negli album precedenti, dal 73 al 76 e in alcuni singoli si trovano delle suite di 10 minuti in cui la struttura melodica e ritmica cambia in continuazione. Si potrebbe parlare addirittura di sperimentazione, ma la maggior parte della gente come minimo sorriderebbe beffarda all’uso di questi termini quando si parla di Pooh (anche suggerendo un significato più derisorio del loro nome…). Invece ogni tanto io mi diverto a far ascoltare un breve clip con un assolo di Dodi Battaglia da un brano poco noto e sorrido ai commenti del tipo: chi è, Satriani? Malmsteen? Steve Vai?

The Knack - My Sharona (1980, Vinyl) - Discogs

Non riuscivo a smettere di ascoltare My Sharona, la mettevo in repeat ossessivo…

Però, in quel periodo, in cui mi nutrivo di questa musica e cercavo di suonarla, non riuscivo a smettere di ascoltare brani come My Sharona dei Knack, primo tra tutti. Ma anche Tunnel of Love dei Dire Straits o Message in a Bottle dei Police. E non riuscivo a capire come suonarle. Per tentare di spiegarmi: questi sono brani che non è facile suonare tra gli amici con la chitarra acustica sulla spiaggia. I Pooh si prestavano meglio. Eppure sognavo di suonare My Sharona in una band. Oggi penso che questi brani avrebbero dovuto indicarmi una strada, diversa da quella che avevo preso. Erano il sintomo che stavo cercando qualcosa di più. O forse spiegavano meglio cosa cercavo nella chitarra quando tentavo di emulare Dodi Battaglia. Ma per qualche motivo non approfondivo gli album di Knack, Dire Straits e Police. E non avevo attorno amici che potessero suggerirmi altro.

Finii per seguire i soliti Pink Floyd, Dire Straits, certo, anche i Police e un certo mainstream. Arrivarono pure i Toto con Rosanna e Africa. Passai pure per Duran Duran e Spandau Ballet. Ma non mi “accorsi” di cosa stavo realmente cercando finché non arrivai a Bruce Springsteen. Qui forse il messaggio poteva essere più chiaro: cercavo qualcosa che comunicasse col mio lato più istintivo ed emotivo, non con quello mentale e razionale. Mi sono sempre chiesto come mai per me i Beatles e i Genesis (ma anche Van Halen, Satriani, Vai) non fossero per me interessanti. Ebbene, i Beatles li rispetto per la loro grandissima importanza. Non hanno mai suonato davvero blues, ma gli hanno aperto la porta quando prima era solo di nicchia in UK, permettendo a Rolling Stones, Eric Clapton ed altri di prendere la strada della notorietà. Dal blues hanno preso alcune fondamenta per tradurle in un linguaggio più comune, adatto a diventare mainstream all’epoca, sconvolgendo la musica popolare dell’epoca in meno di un decennio di attività. Epppure non mi coinvolgono più di tanto. Troppa narrazione, troppe svolte, troppa attenzione richiesta. Come quella dei Genesis, è musica che stimola la mente, non il corpo. E io, evidentemente, non ho mai cercato quello.

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Con la strada del mainstream aperta dai Beatles, Eric Clapton e band più direttamente ispirate al blues ebbero l’opportunità di apparire sotto i riflettori e proporre il linguaggio del blues con strumenti moderni

I Pooh della fine degli anni ’70 oggi vengono spesso liquidati come “pop”, melodia italiana, canzonette, ma allora erano tutt’altro. Erano brani suonati, pulsanti, fisici. C’era un’idea di band, di basso e batteria che spingevano, di chitarra che, sebbene protagonista, teneva in moto il brano, era al suo servizio, nelle parole dello stesso Battaglia. Senza saperlo, lì ho imparato che la musica può funzionare anche senza esibire muscoli: basta che cammini. E poi c’era My Sharona. E lì è successo qualcosa di diverso. Non riuscivo a smettere di ascoltarla. Non perché fosse profonda, ma perché era ossessiva. Quel riff non accompagnava il brano: era il brano. Ripetizione, stop & go, tensione continua, certo, anche sessuale – in adolescenza ci sta. Era musica che entrava nel corpo prima ancora che nella testa. Col senno di poi, capisco che non stavo cercando uno stile: stavo cercando groove. Le stesse cose le potevo pescare da Message in a Bottle o Tunnel of Love. Ed in seguito dal Bruce Springsteen di Darkness on the Edge of Town e Born to Run. O dai ritmi ossessivi degli U2 di The Joshua Tree e Rattle and Hum. Se si pensa a quei ritmi incalzanti, alla passione con cui qui pezzi sono eseguii e cantati, forse è chiaro che quello che cercavo fosse qualcosa di profondo, un contatto diretto con le emozioni di base. E persino i Pooh, ma quelli del 77-80, hanno fatto cose di questo tipo, anche se la gente non lo sa.

Col tempo sono arrivato, con timore reverenziale, ad affrontare anche Eric Clapton, Jimi Hendrix e Jimmy Page. Clapton è stato fondamentale nel tradurre il blues delle origini in qualcosa di più adatto agli anni 60. Prima con i Bluesbreakers di John Mayall, poi con i Cream, ha usato una chitarra più satura, con gain più alti; è il primo a fare una cosa nuova: suonare il blues come linguaggio principale, ma con mezzi rock.

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Jimi Hendrix spinse il blues e la chitarra elettrica oltre i suoi confini – la chitarra che travolge

Se i Beatles hanno affermato il songwriting, gli Stones l’attitudine con cui presentarsi al pubblico, Clapton ha mostrato il linguaggio strumentale. Dopo Clapton il chitarrista diventa frontman (come nel blues lo erano già stati Chuck Berry e Buddy Guy), l’assolo diventa narrazione, il blues diventa espandibile.

Anche Jimi Hendrix aveva il blues come universo sonoro, viene da lì come da soul, funk, R&B e psichedelia. Ma la sua innovazione è usare il blues come base emotiva utilizzando feedback, rumore, effetti, accordi estesi, double-stops, pull-ups… Integra ritmica, solista e colore in un solo gesto. Ed il risultato è un blues che smette di essere uno stile e diventa un linguaggio cosmico. Dopo Hendrix il blues non ha più confini.

Invece con Jimmy Page il blues rimane la materia prima. Anche lui viene da Delta blues e Chicago blues, ma unisce folk inglese e sperimentazione; è anche session man, un esperto di registrazione in studio. Con i suoi Led Zeppelin prende il blues e lo frammenta, lo accelera, lo oscura, aggiungendo riff pesanti, accordature aperte, dinamiche estreme. Così il blues diventa hard rock, proto-metal, non è più “blues tradizionale”. Per Page il blues non è sacro, è materiale da plasmare.

Il blues è poi tornato appannaggio degli Stati Uniti grazie ad una grande band come gli Allman Brothers. Le linee di chitarra di Duane Allman avevano stupito proprio Clapton, che, ascoltando un brano in auto, si dice che avesse inchiodato e chiamato il suo produttore per sapere chi fosse quel chitarrista. Deve aver provato la stessa sensazione di quando io ho visto per la prima volta un video di Jimi Hendrix e sono rimasto a bocca aperta. Mi è successo di nuovo quando ho ascoltato la prima volta Stevie Ray Vaughan. Forse per me la massima espressione della chitarra e della mia adorata Stratocaster.

Stevie Ray Vaughan and Double Trouble - Say What!

Stevie Ray Vaughan and the Double Trouble – il blues viscerale, la chitarra che emoziona

Stevie Ray Vaughan è puro catalizzatore emotivo del blues elettrico, il punto in cui il groove diventa sostanza e urgenza insieme. Suona con dinamica massiccia, grande energia su corde molto spesse, ogni bending, slide o vibrato ha peso corporeo, il suo Texas blues è viscerale, non riflessivo. Se con i Pooh, diciamo così, di qualità, avevo avuto la prima esposizione a band “fisiche”, mentre percepivo con forza il groove ipnotico di My Sharona / Police / Dire Straits, quando scopro SRV tutto diventa energia, quel groove ora ha colore, urgenza, rischio. Ascoltare diventa quasi corporeo, è quasi inevitabile muoversi, battere i piedi, sentire il brano nel corpo. E per me era una grossa novità emotiva. Cercavo qualcosa che mi trascinasse verso territori sconosciuti, che temevo attraversare prima.

Anche David Gilmour e Marc Knopfler hanno attinto molto dal blues e se vogliamo hanno forse qualcosa che può spiegare cosa c’entrino i Pooh con uno come me che è approdato al blues-rock. Io sono attratto dal groove che cammina da solo, dalla chitarra che emoziona, da ripetizione che crea trance. My Sharona è stata la prima canzone che mi ha fatto provare certe sensazioni nude e crude. Ebbene, anche certi Pooh l’hanno fatto in italiano. La stessa comunicazione istintiva l’ho poi ritrovata in Springsteen e U2. Dire Straits, Pink Floyd e Toto hanno anche certe linee melodiche ed una intensità epica che possono accomunarli più ai Pooh del periodo a cui faccio riferimento.

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Bruce Springsteen, pochi fronzoli, melodie epiche ed energia da vendere

Per un periodo piuttosto lungo ho ascoltato e suonato la musica dei Pearl Jam. Sono miei coetanei ma io non sono molto grunge in effetti. Li trovo piuttosto affini al classic rock, invece. Mi piace la loro energia, la grinta, sia musicale che quella della grande voce di Eddie Vedder. Ci ritrovo la liricità di Springsteen e l’intensità degli U2, ma anche l’impatto sonoro dei Led Zeppelin. E’ come se fino ad allora avessi cercato groove, ipnosi, controllo del tempo e con i Pearl Jam il groove resta, ma si carica di peso emotivo e tensione. La musica dei Pearl jam non è virtuosismo e tecnicismo. E’ densa di emozione. E’ come una sorta di evoluzione di My Sharona, che potrebbe benissimo essere stata scritta da loro. Ebbene, John Mayer li apprezza molto, come apprezza anche Bruce Springsteen. Alcuni brani di JM sono stati ispirati dai Pearl Jam. Hanno la stessa grammatica emotiva ma con vocabolari diversi. Non a caso, in una noto seminario al Berklee Music College, Mayer esegue un breve spezzone di Betterman, dei PJ, per spiegare come intende lui il fare musica, con un brano che a suo parere ha tutto, è esemplare, completo nella sua semplicità.

Forse è per questo che mi sono ritrovato a fare cover del John Mayer Trio. Ho scoperto John Mayer perché mia moglie aveva trovato un video di un famoso live da Crossroads 2007, la manifestazione benefica organizzata, guarda caso, da Eric Clapton. Questo giovanotto americano suonava e cantava la sua Gravity, con un assolo finale strepitoso. Sono rimasto molto sorpreso nel vedere che negli anni 2000 c’era ancora qualcuno che suonava la chitarra in un certo modo, qualcosa di chiaramente ispirato a Clapton, Hendrix e SRV. Fraseggi blues, melodia, grande intensità, semplicità comunicativa. Acquistai più per mia moglie che per me l’album Continuum. E finii per suonare Gravity con la mia cover band. Più avanti ho scoperto che inizialmente John Mayer era famoso per canzoni melodiche che ricadevano più sotto il folk/pop. Poi a un certo punto è apparso con una Stratocaster a tracolla e un tatuaggio SRV sul braccio, in un power trio con Pino Palladino al basso e Steve Jordan alla batteria (musicisti più anziani ed esperti di lui, con influenze anche jazz e fusion), in un chiaro omaggio ad altri trio leggendari come gli Experience di Hendrix, i Cream di Clapton, i Double Trouble di SRV. E a me è sembrato di aver finalmente trovato la risposta: qualcuno che sapeva interpretare in modo moderno quella musica, che rendeva onore alla chitarra elettrica, in particolare alla Stratocaster. John Mayer Trio mi aveva restituito certe sensazioni (quelle di My Sharona, per capirci) ma ormai con la consapevolezza blues. Forse non stavo cercando uno stile. Stavo cercando una chitarra che facesse muovere il corpo prima ancora della testa. Una musica che possa andare avanti anche senza che io la segua, che ti chiede attenzione ma non analisi, che ti prende per il corpo, non per la mente.

Pearl Jam: Live 1992 - pearljamonline.it

Pearl Jam – il nuovo classic rock, la sinstesi del groove elettrico di My Sharona, l’intensità emotiva di The Boss e U2 e l’impatto sonoro dei Led Zeppelin

Mayer suona linee blues, fraseggi solistici, micro-lick, ma pensa sempre da dentro il groove; ogni nota ha una funzione temporale: se togli la batteria, lui tiene ancora il tempo. Questo è il cosiddetto groove-based lead playing. Ma John Mayer è figlio diretto di Clapton, con consapevolezza di Hendrix e SRV (e quasi zero Page). Quello che Mayer sembrerebbe prendere in blocco da Clapton è il blues come lingua madre, con un fraseggio economico, cantabile, timing rilassato, dinamica di tocco prima dell’effetto. Non c’è mai pirotecnica inutile, l’assolo “sopra” il brano; Mayer pensa da cantante, esattamente come Clapton.

Da Hendrix John Mayer prende accordi di 9a, 13a, thumb-over, uso della chitarra come strumento ritmico; ma non il feedback come elemento strutturale, noise, destrutturazione totale, psichedelia. Mayer usa Hendrix come vocabolario armonico, non come estetica.

Da Page non prende quasi nulla, lo ha anche dichiarato, lui è un tipo da Stratocaster, non da Les Paul, non da roba come Led Zeppelin. Page usa riff pesanti, open tunings folk-blues, produzione stratificata, aggressività narrativa; lavora su struttura, tensione, mito. Mayer su intimità, micro-dinamica, relazione voce–chitarra. Se Jimmy Page è architettura musicale, con Mayer si è alla conversazione. John Mayer è il punto in cui il blues diventa adulto, consapevole e moderno. Non vuole conquistare: vuole parlare.

John Mayer In Studio With Trio Members

John Mayer Trio – Il groove prima di tutto; per me: la chiusura del cerchio…

Il suo Trio è diverso da quello di Clapton con i Cream: loro usano il trio come veicolo di potenza, volumi alti, saturazione costante, improvvisazione lunga e muscolare. La chitarra riempie lo spazio, guida, domina. Nel John Mayer Trio c’è più equilibrio, il groove prima del volume. I silenzi diventano fondamentali, la dinamica estrema, con una chitarra che entra ed esce, respira, mai sovrastante. Se i Cream usano il trio per spingere il blues oltre i limiti fisici, John Mayer lo usa per scoprire cosa succede sotto quei limiti. Il trio di Jimi Hendrix Experience usa il blues come forza naturale, energia primordiale. Il blues non va controllato, va liberato. La chitarra, con ampli spinti, fuzz, feedback, wah, invade, trascina, trasforma il brano: Hendrix non conversa, travolge.

Si narra che un giovane John Mayer si fosse chiuso in stanza con la chitarra ed una cassetta di Stevie Ray Vaughan, finendo per far preoccupare seriamente i genitori per la sua tenuta psicologica. La sigla SRV è tatuata su un braccio di John Mayer. E’ senza dubbio stato un contributo pesante alla crescita musicale di JM. Da lui ha preso sia la la consapevolezza del groove che la potenza emotiva pura. Mayer non è un clone di Vaughan, ma ogni frase è più sanguigna, più incisiva, anche nelle parti controllate. In pratica, fraseggi precisi come le prime band straniere che mi colpirono, Pink Floyd/Police/Dire Straits, ma il tocco, la saturazione, il feel sono più vicini a Vaughan.

Mentre ero preso dalle abilità musicali dei Pooh di qualità, il groove fisico (My Sharona, Police, Dire Straits) mi stava parlando. In qualche modo mi avvertiva che sarei passato per il trance/minimalismo dei Pink Floyd, alla passione e la ruvidità di Springsteen e U2, ed un ritorno all’energia di My Sharona con i Pearl Jam. Avrei poi riscoperto un blues come “materiale da modellare” grazie alle strutture dei Led Zeppelin di Jimmy Page e un blues da sperimentare con l’universo sonoro di Jimi Hendrix. In tutto questo Vaughan entra come punto di fusione tra corpo e anima, esempio di come la chitarra può parlare direttamente, modello emotivo da cui imparare a far “cantare” il tocco.

La consapevolezza blues sarebbe poi arrivata con John Mayer Trio. La chiusura del cerchio…