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Articoli

Intervista a William Gleason

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di Pasquale Robustini e Marco Marini

Lo scorso Dicembre 2008, la città di Roma è stata teatro di un evento da ricordare per l'Aikido in Italia. Il Maestro William Gleason, VI dan Aikikai ed allievo del Maestro Seigo Yamaguchi (1924-1996), ha tenuto il suo primo stage di Aikido in Europa.
 Durante un pranzo in un ristorante giapponese della capitale abbiamo colto l'occasione per fargli alcune domande, non tanto sul suo percorso nell'Aikido, quanto su argomenti universali quali i princìpi dell'Aiki.

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Allenamento all'Aikikai con Philippe Gouttard

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Di Guillaume Erard

Con questo articolo mi piacerebbe condividere un momento che pochi aikidoka hanno la possibilità di vivere. Sto parlando di praticare con il proprio maestro nella condizione in cui anche lui è un “normale” studente. Immagino che io voglia farlo nel tentativo di intelletualizzare e razionalizzare un’esperienza che per me è stata allo stesso tempo un beneficio e motivo di grande frustrazione, nella speranza di fornire al lettore anche qualche utile informazione.

Siamo abituati a vedere i nostri insegnanti come modelli, guide o addirittura eroi che tendiamo, consciamente o meno, a cambiare il nostro atteggiamento nei loro confronti quando siamo sul tatami. Siamo così abiutuati ad essere chiamati come Uke durante la lezione (in realtà lo speriamo vivamente: che onore!!), impegnandoci duramente per aiutarlo a dimostrare i suoi movimenti puliti limpidi ed i suoi concetti limpidi, che spesso diventiamo costantemente compiacenti. Infatti tendiamo spesso a biasimare noi stessi per qualunque errore commesso durante la dimostrazione.

Naturalmente è un atteggiamento molto utile e necessario durante le dimostrazioni a lezione, ma a volte è importanterompere questo schema, in modo da portare la nostra relazione con il maestro ad un altro livello. Personalmente prendo quest’occasione come un modo per scuotere la fede nel nostro maestro, nel nostro sistema e di raggiungere una diversa comprensione dell’insegnamento che abbiamo ricevuto.

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Il tocco liberatorio

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di Philippe Gouttard

Per circa 30 anni l'Aikido mi ha permesso di evolvere e andare avanti nella vita. All'inizio consideravo la pratica solo come una necessità del corpo, un bisogno fisico, come la pratica della maggior parte degli sport. Non mi sentivo pronto a soddisfare le richieste della pratica individuale, che mettevano il mio corpo in situazioni di grande sofferenza: stare seduto in seiza, le cadute, le immobilizzazioni. Dopo diversi anni di difficoltà e infortuni, il mio corpo si era abituato a rispondere alle diverse sollecitazioni e provava anche piacere nel muoversi con un partner. In quel periodo ho incontrato diversi insegnanti che hanno saputo modellarmi fino a farmi diventare quello che sono ora. Devo ringraziare tutti gli insegnanti che mi hanno aiutato, particolarmente Christian Tissier, che mi ha consigliato nella mia ricerca di una nuova visione della pratica. Così ho avuto la possibilità di andare in Giappone e di comprendere una forma diversa di Aikido. Tuttavia diventò per me molto chiaro che, per capire un insegnante ed apprezzarlo davvero, bisogna incontrarne molti altri. Ho scelto di seguire Christian Tissier, ma per me era molto importante migliorare la mia pratica stando in contatto con altri insegnanti. Dato che non vivevo a Parigi, ero costretto a sforzarmi di memorizzare quello che vedevo durante i corsi.

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Relazioni fra mani e piedi

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Di Philippe Gouttard

Le mani e i piedi sono le parti del nostro corpo che  ci permettono di essere in contatto con il tappeto (i piedi) e con il partner (le mani).

E' importante analizzare il  loro comportamento e soprattutto trovare un parallelismo tra il lavoro dei piedi e quello delle mani.

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I Suoni Sacri del Kototama


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di William Gleason



Questo è un estratto da libro "Aikido and Words of Power - The Sacred Sounds of Kototama" che sarà pubblicato nel 2009. Questo capitolo si intitola "In the Beginning—The Kototama of Su" (In principio - il Kototama Su).

 L’Aikido affonda le proprie radici nello shintoismo giapponese, il cui insegnamento originale è il kototama. E’ dal kototama, traducibile come “parole-spirito”, che sono state create le nostre capacità innate del linguaggio e del pensiero. 

Il kototama comunque non dovrebbe essere visto come un mezzo per dividere le persone o fare distinzioni di razza. Essendo la radice del pensiero stesso e perciò di tutte le lingue parlate, è un mezzo per comprendere la nostra origine comune e la nostra unità.



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