Di Guillaume Erard
Con questo articolo mi piacerebbe condividere un momento che pochi aikidoka hanno la possibilità di vivere. Sto parlando di praticare con il proprio maestro nella condizione in cui anche lui è un “normale” studente. Immagino che io voglia farlo nel tentativo di intelletualizzare e razionalizzare un’esperienza che per me è stata allo stesso tempo un beneficio e motivo di grande frustrazione, nella speranza di fornire al lettore anche qualche utile informazione.
Siamo abituati a vedere i nostri insegnanti come modelli, guide o addirittura eroi che tendiamo, consciamente o meno, a cambiare il nostro atteggiamento nei loro confronti quando siamo sul tatami. Siamo così abiutuati ad essere chiamati come Uke durante la lezione (in realtà lo speriamo vivamente: che onore!!), impegnandoci duramente per aiutarlo a dimostrare i suoi movimenti puliti limpidi ed i suoi concetti limpidi, che spesso diventiamo costantemente compiacenti. Infatti tendiamo spesso a biasimare noi stessi per qualunque errore commesso durante la dimostrazione.
Naturalmente è un atteggiamento molto utile e necessario durante le dimostrazioni a lezione, ma a volte è importanterompere questo schema, in modo da portare la nostra relazione con il maestro ad un altro livello. Personalmente prendo quest’occasione come un modo per scuotere la fede nel nostro maestro, nel nostro sistema e di raggiungere una diversa comprensione dell’insegnamento che abbiamo ricevuto.