Dilemmi digitali – o analogici?

Ogni tanto sfogo su questo mio blog i dilemmi hifi che nascono dopo certe riflessioni. Ovviamente la parola dilemma la scelgo così esagerata apposta per ironizzare sui tarli che spesso aggrediscono le menti degli appassionati hifi, noti come audiofili. Figuriamoci se questi possono davvero essere dei problemi esistenziali! Ben altro ci dovrebbe preoccupare e diventare un dilemma. Quindi concedetemi l’autoironia e veniamo al punto, perché per uno che ha un blog intitolato “I still play vinyl” e che condivide consigli su come regolare al meglio i giradischi Thorens, potrebbe trattarsi di una vera rivoluzione, qualcosa di totale che scuote le fondamenta. Il lato positivo è che mettere in dubbio se stessi e la capacità cambiare idee è contraddirsi è in rata una cosa positiva…

Devo fare un’ulteriore premessa. Il dilemma in questione nasce dal fatto che il sottoscritto non riesce a mantenere il possesso di cose che non usa. Parlo in particolare di apparecchi elettronici e comunque tecnologici. Se li acquisto è perché mi servono. Se non mi servono non li acquisto. Se li ho acquistati e non mi servono più non li tengo per ricordo. Me li rivendo se possibile. Insomma, non ho l’indole del collezionista. Ad esempio, di ogni album musicale che ho, posseggo una sola copia, una sola edizione. Se ho già, che so, la prima uscita di un LP, non mi sogno di acquistare una riedizione speciale. Se avessi ragione di credere che fosse davvero migliore di quella che ho, valuto se è il caso di acquistarla. Poi rivendo l’altra. Al massimo mi capita di avere una edizione in LP ed una in CD: una volta era comodo per usare il CD in auto, ma oggi è anacronistico e comunque lo ritengo uno spreco di soldi visto che posso salvare l’audio degli LP su file da suonare in auto o comunque in movimento. Ho delle doppie copie LP e CD per la curiosità di fare dei paragoni sonici. Nient’altro.

Il punto è: I still Play Vinyl, I do…. ma….. raramente, sempre più raramente. Inoltre bisogna ammettere che la qualità dell’ascolto finale non dipende dal mezzo (LP o CD) ma dalla qualità della registrazione originale e del suo riversamento sul supporto (mastering). Uno stesso album può avere una scadente edizione LP e una ottima edizione CD. L’ideale sarebbe scoprire quale delle due sia la migliore ed acquistare quella.

Le vibrazioni innescate dal motore e dal suono stesso che esce dai diffusori sono tra i principali nemici da combattere in un sistema analogica ma anche digitale (solo per dischi ottici ed in misura minore)

Ma il primo dilemma è proprio lì: il CD potrebbe costare, magari usato, pochi euro. Un LP in vinile quando va bene è appena sotto i 20 euro. Alcune edizioni sono ben oltre. Che senso ha spendere il doppio o il triplo per un LP in vinile quando il CD potrebbe suonare altrettanto bene? Me lo chiedo da tempo e nei periodi bui, in cui certo non potevo mettermi a spendere per acquistare LP, raramente mi “piegavo” ad acquistare il CD, più spesso rinunciavo proprio.

Ma che senso ha? Beh, per chi ha la mia età, il disco in vinile era la normalità in gioventù e fa ancora piacere utilizzarlo oggi. La qualità sonora può essere notevole, però non è proprio uno scherzo ottenerla. Arrivarci è anche un divertimento per alcuni, un passatempo. Ma è un impegno di tempo e denaro notevole. Quando ti succede, come è successo a me, di perdere il lavoro, certe cose passano decisamente in secondo piano: la musica sarebbe la stessa, la qualità di ascolto comunque alta e allora compri il CD e non fai capricci! E vogliamo parlare dei vari servizi di streaming a 10 euro al mese? Se sommando gli album acquistati in un anno ci si avvicina a 120 euro, che senso ha continuare piuttosto che abbonarsi ad un servizio che offre quasi tutta la musica disponibile? Se rivendessi la mia collezione di vinili, il giradischi e le testine potrei acquistare con gli stessi soldi un ottimo “streamer” o network player e godere di musica ad alta fedeltà senza problemi. Che fare?

Esistono quelli che amano possedere l’oggetto, il supporto fisico, quindi non farebbero mai a meno di un CD o un LP e li capisco. Suonare un file o suonare un LP è proprio un’altra cosa. Ma lo scopo dovrebbe essere poter godere della musica che ci piace ad un livello di qualità sonora definibile come alta fedeltà (e magari spendendo il meno possibile). Non si può negare che lo streaming digitale abbia fatto passi da gigante e non è facile dire chi suoni meglio tra quest’ultimo, il CD o un disco in vinile a parità di qualità del mastering originale. I formati compressi (“lossy”) godono oggi di potenti algoritmi che consentono loro di suonare a livello quasi hifi anche con campionamenti bassi.

A dirla tutta, i formati digitali “ad alta definizione”, cioè superiori a quella dei CD che è definito come lo standard di bassa risoluzione “non compresso”, non sono poi sempre così nettamente superiori all’ascolto. Il problema è che a volte rimasterizzando ad alta risoluzione tracce che in origine non hanno quella stessa risoluzione si ottiene un file di una qualità audio persino inferiore. Ma forse la ragione principale è la cosiddetta “loudness war”: oggi si tende a masterizzare comprimendo parecchio il segnale ed alzandone il volume ottenendo un suono molto diretto che a prima impressione colpisce ma manca di dinamica e chi ha l’orecchio e il gusto un po’ allenati si rende immediatamente conto che la qualità è scadente.

Probabilmente per questo si legge che anche esperti con l’orecchio allenato spesso non trovano grandi differenze tra un file a 44,1 kHz a 16 bit e uno a 192 kHz e 32 bit! A meno che non si tratti del file master originale (di prima registrazione – a quel punto sarebbe come essere lì!). Oltre alle orecchie allenate bisogna aver un impianto dal costo non indifferente! Un ottimo impianto hifi che sia dotato di un sistema digitale capace di leggere lo standard CD 16/44,1 come si deve potrebbe essere molto più che sufficiente a godere di musica al top della qualità audio, senza scomodarsi per forza nella ricerca o download di file ad alta risoluzione e dei convertitori capaci di gestirne la riproduzione.

Per quel che mi riguarda non mi ero mai scomodato prima d’ora a fare delle prove. Avevo solo utilizzato lo streaming dall’iPhone verso la Apple TV 3, che ancora ha un’uscita digitale ottica, connessa al DAC. Purtroppo la Apple TV riduce qualunque cosa a 48 kHz e 16 bit e comunque avevo tentato solo con Spotify ed Apple Music che usano formati compressi. Niente di eclatante ma buono per l’ascolto distratto.

Però come sorgente avrei il mio Macbook con uscita digitale ottica da connettere al DAC. In realtà non avevo il coraggio di provare, avevo paura del risultato… Beh, quando ho finalmente deciso di provare, la riproduzione con player VOX di tracce estratte da CD con iTunes non mi ha esaltato particolarmente. Potrebbe essere stato per due motivi: 1- l’estrazione di iTunes potrebbe non essere un granché; il cavo ottico toslink non è il massimo per la trasmissione dei dati digitali musicali. Il CD originale (tramite lo stesso DAC) suonava abbastanza meglio. Invece la prova con un servizio di streaming ad alta risoluzione (Qobuz) risultava superiore al CD, abbastanza evidentemente (segno che l’album, di qualità audiophile, non ha subito la loudness war).

Nel mio sistema, lo streaming ad alta risoluzione non si è rivelato eclatante. Ma questo perché ho confrontato tracce rimasterizzate di recente di vecchi successi che in analogico suonano decisamente meglio. Produzioni più moderne e di qualità (non compresse a la loudness war) sono decisamente superiori, ma quante ne esistono nella vostra musica preferita?

Ma veniamo ai dettagli delle prove che ho potuto effettuare.

Sistema analogico: Shure M97ED Era IV (stilo Nagaoka ellittico “nudo”) > Thorens TD 160 col suo braccio TP16 > cavi fono a bassa capacità Van Damme con connettori Neutrik con connettore di massa > Pre Fono Lehmann Black Cube Statement > Cavi di segnale TNT-U-Byte.

Sistema digitale: Qubuz Player Premium HiFi > Macbook Pro > cavo ottico toslink generico > Convertitore DAC Pro-Jext DacBox E > Cavi di segnale Monster Cable Interlink 300 (anni 90)

Il tutto amplificato da un Naim Nait 5i > cavi di potenza TNT-Star > Diffusori TDL Studio 0.5 (a linea di trasmissione con bassi che scendono a 30 Hz, udibili nella mia stanza 6×7 m di pianta irregolare = se i bassi li hanno incisi, io li sento!)

Nota: bisogna ammettere che il sistema analogico è di qualità superiore, in particolare un DAC più prestante avrebbe reso la partita meno impari. Ma ricordiamo anche che un DAC del costo doppio del mio migliorerebbe solo delle sfumature (col digitale è così).

La prima prova l’ho eseguita col un CD audiophile della Prestige, Diana Krall, Love Scenes, di cui sopra. E’ registrato superbamente e Diana Krall sembra essere ospite in casa mia, a cantare tra le due casse. Avevo “rippato” questo disco con iTunes ed è salvato sull’hard disk SSD interno. Il mio CD Cambridge Audio D500SE è connesso allo stesso DAC ma con cavo coassiale. Il player che utilizzo sul Mac è VOX. Il file rippato suonava decisamente peggio del CD, una presentazione davvero piatta. Al contrario, lo streaming dello stesso disco su Qobuz era molto simile al CD originale, che dava la sensazione di essere un po’ migliore. Ma su Quobuz è disponibile la versione Hi-Res a 24 bit, 96 kHz. Pur non potendo sfruttarla appieno tramite la connessione ottica, selezionando la stessa risoluzione sull’uscita del Mac il suono si apriva notevolmente. Entusiasmante!

Quindi ho provato con qualche altra traccia di cui avevo disponibile dei dischi in vinile. Una mia “fissa” è l’intro di Rosanna, dei Toto, sul loro IV album. La batteria di Jeff Porcaro è sublime ed ottimamente registrata. Il disco in vinile la rende palpabile, bellissima. Lo stream Qobuz Hi-Res non dispiace per nulla, ma qualcosa del vinile mi attira di più. L’ho imputato alla maggiore qualità del sistema analogico e quindi a una lotta un po’ impari. Utilizzando come player un plugin come Audinirvana o Amarra (i più diffusi su Mac) le cose migliorano: forniscono una ottimizzazione del sistema per la riproduzione audio, bypassando gli standard del sistema operativo. Ma anche così, nel mio sistema, lo ripeto, un po’ più avanzato nell’analogico, se la registrazione originale non è ben curata ed esente da esagerata compressione, si percepisce ancora una migliore qualità dal disco in vinile.

Ho diversi album dei Pink Floyd: The Wall e The Dark Side of the Moon sono edizioni inglesi dell’epoca. Non sono registrazioni note per l’immensa qualità ma conoscendoli bene potevo fare un buon confronto. Su Qobuz ci sono le rimasterizzazioni del 2011 o più recenti. Confrontate sul mio sistema perdono amaramente contro la sezione analogica. Non c’è paragone. Mi viene quasi da dire che le tracce Hi-Res su Quobuz fanno proprio schifo. La rimasterizzaione è stata fatta in modo pessimo. Molto probabilmente per rivendere i vecchi successi in nuovi formati rimasterizzati con tecnologie moderne (e metodi discutibilissimi). Non c’è paragone: i vinili sono vivi e pulsanti, le tracce Hi-Res piatte e smorte…

Per togliermi il dubbio sono passato al jazz e ho sfoderato una edizione Prestige del grande John Coltrane: Ballads, disco 180 g piuttosto costoso e di certo “audiophile”. Esistono tre versioni di questo album su Qobuz, una a qualità CD di qualche anno fa, due rimasterizzazioni Hi-Res del 2007 e del 2013. Perdono squallidamente contro la mia edizione in vinile audiofilo, in modo imbarazzante. La traccia non rimasterizzata e in qualità CD (= non ad alta risoluzione) è molto più ben suonante e si avvicina alle prestazioni del mio disco a 180 g.

La antica tecnologia vinilica dovrebbe essere superata e impallidire davanti alla potenza dell’alta risoluzione digitale! Purtroppo si registra in modo squallido, aumentando la compressione quando invece ben più dinamica disponibile ci sarebbe rispetto al vinile! E allora una piccola eroina dei vecchi tempi, La Shure M97 Era IV, ancora “spacca” tra i giovani d’oggi che credono di impressionare con la loudness war…

Conclusioni: è la registrazione originale e ancor più la (ri)masterizzaizone ad essere la chiave. Ho dei dischi in vinile masterizzati male che neanche mi sono scomodato a provare, ero certo che avrebbero perso loro e malamente contro le edizioni Hi-Res di Qobuz, dato che anche i relativi MP3 allegati agli album in vinile suonano meglio! Una nota ironica: il logo di Qobuz è un disco in vinile…

Insomma, immaginate un sistema digitale che legga i dati musicali da un hard disk SSD: niente parti in movimento, nessuna rotazione, nessun incidente di lettura, quindi nessuna necessità di interpolazione dati. Ogni singolo campione digitale del segnale audio viene raccolto e riprodotto accuratamente. Le uniche problematiche sarebbero quelle della qualità della sezione di conversione digitale-analogica (sia il chip usato che l’alimentazione e la sezione di uscita). Se la sorgente, il file, è a posto, la registrazione originale è di qualità (e così è la sua masterizzazione finale), il risultato eccellente è assicurato e immediato. Altrimenti, se si tratta di rimasterizzazioni ad alta risoluzione fatte per continuare a vendere vecchi successi e soprattutto con la compressione che va di moda oggi, il risultato è penoso, che sia in streaming via internet che su CD o vinile. Detto questo, si parla comunque di qualità audio di cui ci si può anche accontentare, ma se paragonata ad altro su un sistema di un certo livello, i nodi vengono al pettine. Anche i formati compressi possono essere un buon compromesso. Dipende da cosa si vuole e dall’impianto che si usa.

Ricordiamoci che per ottenere risultati seri con l’analogico, il giradischi deve essere posizionato su un piano perfettamente orizzontale, rigido ed isolato da vibrazioni, la testina allineata a dovere, con la giusta pressione di lettura e antiskating. Un sistema digitale è più semplice da sistemare (a parte le configurazioni di app e driver e dischi di rete). E’ anche chiaro che il sistema analogico ha i suoi limiti intrinsechi a cominciare dall’equalizzazione delle frequenze basse, che vengono registrate con le ampiezze notevolmente ridotte per poterle incidere nelle pareti dei solchi che hanno spessore limitato. Poi il pre fono riequalizza tutto a dovere ed è anche sorprendente che con tutti questi ostacoli alla corretta riproduzione il risultato possa essere così eccellente se si accettano rumori di fondo e clic.

A voler mettere su un minimo sistema digitale, un semplice “streamer” della Cocktail Audio (che è anche lettore CD e amplificatore integrato) e due casse di qualità potrebbero essere tutto ciò di cui si ha bisogno per iniziare il viaggio nell’alta fedeltà: il lettore CD incorporato consente di estrarre i file audio al primo ascolto di un disco e salvarli nell’hard disk interno. Dopodiché la prossima volta suoneremo direttamente il file. Senza gli errori dovuti alla lettura del disco ottico in rotazione la riproduzione sarà anche superiore. Per il resto lo si potrà connettere al nostro servizio di streaming preferito e accedere a tutta la musica che vogliamo, sebbene in qualità compressa su Spotify o Apple, ma anche a livello CD (Deezer e Amazon) ed oltre su Qobuz o Tidal (a costi doppi però). Nella mia esperienza, Quobuz in qualità CD suona meglio di Deezer. Bisognerà vedere come sarà Spotify HiFi offrirà streaming in qualità CD entro l’anno. Ma ripeto: oggi gli algoritmi disponibili permettono anche ai file compressi di Spotify e Apple di suonare decentemente su un serio impianto hifi di casa, ma se l’impianto è davvero buono la differenza con l’alta risoluzione – se reale – è ben percepibile. In movimento, con gli auricolari e il telefono non vedo perché preoccuparsi di alta risoluzione, l’audio compresso moderno va più che bene. Persino certi video di Youtube ben registrati suonano decentemente bene! E badate bene che alcuni hanno dimostrato, forme d’onda alla mano, che la similitudine tra quella registrata da un disco in vinile e quella di Youtube sia piuttosto sconcertante!

Non c’è bisogno di uno streamer da sogno come il Naim HDX (irraggiungibile per me) per godere comodamente e con più facilità di un risultato audio davvero ottimo

Quindi, chi me lo fa fare?

Non lo so. Ogni volta che metto su un disco in vinile dopo giorni di audio da telefonino, tv, radio, ecc… rimango a bocca aperta come fosse la prima volta. Questo non accade – non a questi livelli – quando metto su un CD, ma c’è da dire che la mia sezione analogica è nettamente superiore a quella digitale. E se avessi un ottimo convertitore? Già col mio economicissimo Project DacBox E, sebbene i file letti dal mio Macbook perdano il confronto con il CD (anche se la meccanica di lettura dovrebbe essere un po’ “affaticata”), lo streaming è quanto meno paragonabile al CD e superiore se si tratta di alta risoluzione seria. Questo avrebbe dovuto mettere a dura prova la mia originale preferenza per l’audio analogico. Ma così non è andata. E credo sia dovuto al fatto che le case discografiche e gli artisti stessi non utilizzano al meglio quello che la moderna tecnologia digitale offre, piegandosi alla loudness war.

Dal punto di vista razionale i problemi dell’audio digitale sono ben inferiori a quelli dell’analogico. Dalla punta dell’ago all’uscita del pre fono è un continuo salto ad ostacoli. Quando finisce bene la soddisfazione è grande, ma ne vale la pena? Economicamente no, neanche in termini di tempo, né di spazio occupato, se vogliamo. Teoricamente il moderno digitale è superiore intrinsecamente all’analogico. Ma esistono realtà quali le incisioni direct-to-disc che, come alla Sheffield Labs, acquisiscono l’audio con un ottimo microfono stereo utilizzato alla stregua di un paio di orecchie umane e incidono il disco direttamente dal nastro analogico così registrato, senza missaggi e masterizzazioni, così come la musica è, senza creare prima uno stampo le cui copie distribuire ai produttori. Sembra che i risultati siano a dir poco eccezionali, niente a che vedere con il digitale (almeno ai tempi della recensione: 2009). Addirittura utilizzano il master analogico per produrre le versioni in CD! Insomma, non esiste un support di per sé migliore, la registrazione originale lo è (migliore o peggiore).

Ma come disse Lucio Cadeddu di TNT-Audio, il termosifone scalda benissimo senza problemi, ma vuoi mettere un camino? Non trovo analogia più calzante! Per scaldare l’appartamento basta accendere il sistema e in pochi minuti ottieni quello che ti serve. Con il camino ci vuole lavoro, procurarsi la legna, sistemarla per bene, accendere il fuoco (non è cosa immediata) e tenerlo vivo. E poi la manutenzione: pulirlo, smaltire la cenere, ecc. Un gran lavoro e il risultato spesso non è così efficiente come dei termosifoni ben proporzionati. E’ così, il CD fa il suo sporco lavoro e (oggi) lo fa anche molto bene. Meglio ancora se si tratta di file non compressi per cui la lettura è quasi priva di errori. Mantenere i dischi puliti, spazzolarli ogni volta prima di suonarli, allineare bene la testina, regolare il braccio, pulire la puntina e sostituirla quando è il momento, è un rituale anche piuttosto complicato ma il risultato può essere molto appagante e a certe condizioni anche superiore al digitale. Certo, accendo lo streamer, seleziono un album, parte il suono e via. Fatto! Manutenzione quasi nulla, risultato molto simile se non migliore. Ma tutta un’altra soddisfazione. Forse…?