Le due sorelle? O forse cugine? Di secondo grado? Forse è meglio dire adottive…
Beh sì, perché non sono due Fender. Una è di liuteria, made in Italy, l’altra, la Fender, è made in Mexico. E sono, almeno nell’aspetto, emblematiche della produzione Fender degli anni d’oro, tra all’incirca la metà degli anni 50 alla metà degli anni 60. Non sono davvero d’epoca, cioè la Fender non lo è: sarebbe per me impossibile comprarne una, i prezzi sono assurdi. Ma è la riproduzione (del 2006) di come 60 anni prima venivano costruite le Stratocaster alla Fender californiana. Sono le specifiche delle prima Stratocaster, anche il colore è molto tipico di quell’epoca, fa molto anni 50, anche se la tecnica di verniciatura era ben altra. La cugina adottiva invece ha l’aspetto tipico e la colorazione più diffusa delle Stratocaster anni 60; poi la Fender fu venduta alla CBS e le cose cambiarono. Ma questa chitarra è forse più vicina alle vere Fender dell’epoca, anche se ha tutt’altra storia.
Forse per me sarebbe più corretto dire che suono la Stratocaster, anziché la chitarra elettrica. Purtroppo, o per fortuna, ho avuto l’imprinting da piccolo. Quando ne sentii parlare mitologicamente ne fui affascinato e quando ne vidi una la prima volta fui folgorato! Un altro colpo, diverso, mi prese quando ne lessi il prezzo sulla targhetta. Divenne quindi il mio sogno proibito. Dopo qualche tempo mi fu regalata una prima chitarra elettrica dai miei genitori. Io mi aspettavo una umile hollow body a la Beatles, come l’aveva qualche amico. Invece era una Straotcaster! Non era Fender, figuriamoci, era una imitazione. Ma io non ero più in me. Non dimenticherò mai quella sensazione. Era una copia delle Stratocaster di fine anni 70 (parliamo proprio di quel periodo), con il corpo in frassino, non verniciata ma solo ricoperta col trasparente, le venature del legno ben visibili. Il manico era in acero, le meccaniche molto economiche, i pickup erano non standard per una Strato, erano dei DI Marzio Super Distortion. C’era anche il palettone anni 70 che in realtà non mi piace, ma fu amore a prima vista! Che se ne importava della paletta! Avevo una Stratocaster. Mai avrei pensato che il sogno si potesse avverare!

La mia prima Strato: una economica imitazione fine anni 70
Ho passato anni a suonarla, a danneggiarla, consumarla, per poi tradirla per una giovane PRS. Non l’ho più rivista. Regalata a cugini che poi hanno smesso di suonare, è sparita, probabilmente irrimediabilmente danneggiata. E’ il mio più grande rimpianto chitarristico. Avevo smesso di suonare in un gruppo, quindi la PRS passava quasi tutto i ltempo nella sua custodia. Quando poi ho ripreso a suonare mi si è riacceso il sogno di ragazzo, forse anche a causa del brutto periodo che stavo passando, e mi sono detto: sai che c’è? Ci provo. Ho messo in vendita la PRS. Cera chi urlava sacrilegio! Era una di quelle ancora fatta a mano negli USA! Ma io volevo, anzi dovevo provarci! Se fossi riuscito a venderla bene mi sarei comprato una Stratocaster! Magari made in USA! Riuscii a venderla molto bene la PRS, ma non erano tempi per cui potevo spendere troppi soldi ed approfittai per aiutarmi nelle spese, riuscendo però ad accaparrarmi una bella Stratocaster made in Mexico, Classic Series 50s del 2006, in poliuretano Surf Green. Mi sentivo un po’ come l’adolescente che si era ritrovato in mano la sua prima Strato senza aspettarselo. Quasi non riuscivo a crederci. Ero ultracinquantenne e felice come un bambino per la mia nuova Stratocaster.

La vera Fender, made in Mexico: Classic Series 50s, con le specifiche vintage 1956
E’ stata la chitarra della mia ripresa. L’ho suonata per circa 10 anni, l’ho consumata e danneggiato la vernice con urti. Ma ho anche apportato piccoli miglioramenti, come le meccaniche vintage Kluson by Gotoh, che rispettano le specifiche dell’epoca. Ho fatto mettere un capotasto in osso e ho cambiato le sellette del ponte con delle Pure Vintage, anch’esse rispettose delle specifiche dell’epoca, con la scritta Fender Patented come ai tempi. La presa jack è l’ottima Switchcraft e il blocco del ponte è in acciaio anziché dello zinco delle versioni economiche.
Poi ho conosciuto l’altra.
Conobbi un nuovo liutaio, Franco Angeli di Viterbo, a cui portai la chitarra a regolare. Me ne diede una delle sue per non lasciarmi qualche giorno senza. Ero sbalordito. Che spettacolo! Era una meraviglia da imbracciare e da guardare. Col tempo avevo sviluppato una certa avversione alle Stratocaster sunburst. Sapevano di vecchio ed infatti avevo comprato una Strato con l’allegra colorazione anni 50, vivida, accesa, che altri invece schernivano. Ma questa era un’altra cosa. Era verniciata in nitrocellulosa come al tempo: la vernice impregna il legno, non lo ricopre come il poliuretano della mia messicana. Ed ho capito perché è così ricercata. Lasciamo stare i dibattiti sull’influenza sul suono: una verniciatura in poliuretano soffoca il legno, mentre la nitro lo fa respirare. La cosa che mi ha colpito di più era la sensazione al tatto: sentivo il legno, un contatto naturale, la chitarra vibrava nel mio grembo, il manico, sverniciato per simularne il consumo, era scivoloso e legnoso da far piacere. Non avevo mai provato certe sensazioni suonando una chitarra elettrica. Non riuscivo a staccarle le mani da dosso. E neanche gli occhi: il leggero relic applicato le donava un fascino d’epoca, aiutato dalla mascherina “mint green” che riproduce l’ingiallimento delle plastiche usate da Fender negli anni 60 (che per altro erano di provenienza italiana). Anche le manopole, le coperture dei pickup, come le meccaniche e il ponte Gotoh, sono invecchiati artificialmente, ma il colpo d’occhio finale è eccezionale – attira lo sguardo!
Le specifiche non sono però vintage anni 60. I pickup sono anch’essi made in Italy, da un altro liutaio, Romano Burini. Si tratta del suo David Gilmour (DG) Set. Qualità altissima, essenzialmente un suono tipico Fender ma più ricco in armoniche. Il manico è più sottile e la tastiera di un moderno 12 pollici di raggio, è in bellissimo palissandro indiano, piatta, quindi comoda e veloce per me che ero abituato al grosso manico vintage con la curvatura tastiera da 7,5 pollici. La restituii e pensai a cosa fare per avvicinare la mia made in Mexico a quel livello. Scartavetrai il manico. Meglio, ma non eravamo ancora minimamente vicini. La realtà era che il corpo andava sverniciato e rifatto in nitro. Sarebbe stato più economico farmi fare un altro corpo da zero. E poi i tasti erano consumati, vicini al limite. Sostituirli su una tastiera in acero verniciata è molto costoso. Alla fine, fatti un po’ di conti, poteva convenire di più rivenderla per finanziare parzialmente l’acquisto della splendida Strato di liuteria. Fu mia moglie a convincermi: per il mio 60esimo compleanno lei, mio figlio, mia sorella e i miei genitori ci misero il grosso; una colletta tra gli amici più cari aggiunse un bell’aiuto. L’altro me lo diede il liutaio stesso consentendomi di finire di pagarla una po’ alla volta.

La mia spettacolare made in Italy. Qualità estrema, inavvicinabile dalle produzioni in serie, direttamente confrontabile con le Fender Custom Shop
Non sono riuscito a vendere la Fender. Meglio così. Sono una bella coppia, lei con il colore sgargiante anni 50 e l’altra più sobria, con la livrea anni 60. Se amo la Stratocaster è anche giusto averne una che rappresenta l’inizio della sua storia, e l’altra che ne rappresenta l’apice del decennio successivo. Non sono sorelle perché non sono nate dalla stessa casa: una è nata alla Fender messicana, dalla prima idea che ebbe Leo Fender negli anni 50 quando inventò la Stratocaster; l’altra è nata vicino casa mia, costruita con amore con parti ricercate e di grande qualità. La gente non se ne può accorgere. Se ti sentono suonare che ne sanno, che importa loro se la tua chitarra è economica o di liuteria. Non ne hanno idea e se la chitarra che ti stanno sentendo suonare costa 300 o 30mila euro per loro non fa differenza. La differenza la fa per chi la suona. Non deve costare migliaia di euro per essere buona. Il punto è la connessione che si crea con lo strumento. Uno strumento che ti chiama, che si lascia suonare, ti spinge a farlo di più ed a farlo meglio. Tra strumento e musicista si crea un rapporto particolare. Uno strumento costruito in fabbrica, nella linea di produzione, può essere splendido ma non darà mail le sensazioni di uno strumento costruito professionalmente a mano. Costruirlo è una forma d’arte quanto suonarlo. La differenza non si vede, o forse un po’ sì, ma neanche si sente più di tanto. Ma chi lo suona la percepisce chiaramente e, una volta provata, non ne può più fare a meno.