Ma che Katsu di nome è?

logoSono sempre stato affascinato dal motto dell’Aikido. Masagatsu Agatsu Katsu Ayabe. 正勝 吾勝, 勝早日: La vera vittoria è la vittoria su se stessi, la vittoria qui ed ora.
Esistono diverse traduzioni letterali della frase di Morihei Ueshiba, il Fondatore dell’Aikido, ma il succo è che il nostro più grande nemico è dentro di noi e se lo sconfiggiamo avremo ottenuto la vera vittoria.
Ho provato sulla mia pelle la fatica di questa battaglia e sono anche convinto di avere ottenuto molte vittorie. Non sto parlando di pratica marziale ma di vita (ma non è lo stesso?).

In altri momenti ho parlato in termini di aver ucciso il vecchio me stesso ed averlo sostituito con una persona più reale, più funzionale, vitale. L’Aikido è arrivato dopo, quasi come conseguenza ma comunque durante la battaglia, anche se verso la fine della prima grande vittoria.
Katsu! Avrebbe esclamato un giapponese al mio posto! Ho vinto! Ce l’ho fatta! Katsu significa tra l’altro, appunto, vittoria. Esistono nomi giapponesi basati su questa parola, del tutto analoghi al nostro Vittorio, quali Katsuaki, Katsushiro, ecc. Purtroppo in italiano ha un suono che spinge alla facile battuta. Chiamare così il mio dojo di Aikido mi espone a battute esilaranti, tipo “è un dojo del Katsu”, che insegnante del “Katsu”, ma che Katsu di nome ha messo?”. Non è che voglia prendere in giro qualcuno, ma sono sempre stato autoironico e l’autoironia mi ha aiutato molto nell’ottenere la grande vittoria di cui parlo. Anzi, proprio ironizzando sulla situazione in cui mi ero cacciato sono riuscito ad alleviare la tensione e …vincere. Katsu! (E poi, mai prendersi troppo sul serio!)
A quei tempi mi era stato consigliato un libro, Il Tuo Peggior Nemico, di Roy Baumeister e Steven Berglas, edito da Laterza. Parla degli espedienti psicologici che ci inventiamo per auto-limitarci nella vita, per non raggiungere mete che non ci sentiamo in grado di gestire. L’ho regalato, come si regala qualcosa che può far bene ad altri dopo che ne ha fatto a noi stessi. La vittoria contro me stesso non è stata facile.
Riconoscere il nemico interno è relativamente semplice. Sconfiggerlo è un’altra cosa, significa agire come non si era mai fatto prima, mettersi in gioco per davvero come non si era mai abituati a fare. Ed è dura. Questo vale per chiunque. Il potenziale umano è illimitato, il nemico interno può agire a qualunque livello. Il mio caso era particolarmente grave perché parliamo di un uomo che non voleva crescere. Ma il discorso può valere anche per qualcuno che avrebbe le potenzialità di fare un salto di carriera in una vita già di successo, ad esempio, ma non avendo davvero il coraggio di prendersi la responsabilità che questo comporterebbe, si procura degli ostacoli per poi potersi lamentare di essere sfortunato e non poter quindi raggiungere l’obbiettivo agognato. Il nostro inconscio è potente. Se davvero (non) desideriamo una cosa, sa fare in modo che essa (non) avvenga. Il più grosso, classico, errore è di dare la colpa degli insuccessi a fattori esterni od altre persone. Invece dipende (per fortuna) solo da noi.
Chi mi conosceva da prima della “grande vittoria” sa bene quanto io sia cambiato in meglio. “Sfortunato” in tutto, con le donne, col lavoro (con la salute no, grazie al cielo, ma sarebbe bastato ancora un po’ per arrivare ai sintomi psicosomatici), ero tendente al malinconico (c’era poco da ridere, infatti; mi chiedo ancora come mai mi sopportassero). Chi non mi ha più visto da anni stenterebbe a credere che io sia la stessa persona. Ed ora apro un dojo di Aikido, addirittura, io, proprio io!? Io che ero così scoordinato, che non ho mai fatto a botte, che sono sempre stato un quattrocchi mingherlino, deriso per questo in infanzia ma anche perché andavo bene a scuola. Sembra la storia di un eroe dei fumetti, schernito da tutti, poi il fato gli regala i superpoteri. Infatti mi piacevano molto quei personaggi dei fumetti quando ero ragazzo. Mi piacciono ancora, ora che i superpoteri li ho anch’io: posso essere stanco quanto volete, abbattuto, depresso, angosciato, nervoso, anche un po’ influenzato magari, ma se mi tolgo i vestiti e mi metto il keikogi mi trasformo in un’altra persona. L’Aikidoka! E che Katsu!
Lo dico scherzando ma è proprio così che funziona. Anche l’Aikido può fare molto a riguardo. Il Budo, in genere, se ben praticato (col giusto scopo, non quello di fare a botte e vincere) è l’ideale per mettere alla luce i nostri aspetti più reconditi e passarli al pettine, superarli, migliorandoci come persone.
Il fatto di essere addirittura arrivato alla cintura nera di un’arte marziale è, nel mio caso, di per sé sorprendente. Allo stesso tempo è anche il simbolo di una rivoluzione umana che era in corso quando ho incontrato l’Aikido. In un altro momento non mi avrebbe affascinato (come? Qualcosa che mi può far uscire dai miei guai? E poi come mi lamento?). Non mi sono mai fermato, continuo a praticare Aikido perché troppe sono le battaglie della vita ancora da affrontare.
Il libro l’ho regalato e spero sia stato utile a chi l’ha ricevuto. Ora voglio dare anche il bene che l’Aikido mi ha dato. Per questo lo insegno. Non sarò mai un grande nome dell’arte (ma ero anche convinto che non sarei mai stato cintura nera), alla mia età mediamente si è a ben altri livelli, ma se io ho vinto contro il mio peggior nemico anche grazie all’Aikido, sento il dovere di cercare in tutti i modi di far capire anche ad altri quanto possa fare bene. Anche se sarà così per una sola persona in tutta la mia carriera di insegnante, ne sarà valsa la pena.
E allora, viste le premesse, come Katsu avrei dovuto chiamare il mio dojo?