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| Allenamento all'Aikikai con Philippe Gouttard |
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Di Guillaume Erard
Siamo abituati a vedere i nostri insegnanti come modelli, guide o addirittura eroi che tendiamo, consciamente o meno, a cambiare il nostro atteggiamento nei loro confronti quando siamo sul tatami. Siamo così abiutuati ad essere chiamati come Uke durante la lezione (in realtà lo speriamo vivamente: che onore!!), impegnandoci duramente per aiutarlo a dimostrare i suoi movimenti puliti limpidi ed i suoi concetti limpidi, che spesso diventiamo costantemente compiacenti. Infatti tendiamo spesso a biasimare noi stessi per qualunque errore commesso durante la dimostrazione. Naturalmente è un atteggiamento molto utile e necessario durante le dimostrazioni a lezione, ma a volte è importanterompere questo schema, in modo da portare la nostra relazione con il maestro ad un altro livello. Personalmente prendo quest’occasione come un modo per scuotere la fede nel nostro maestro, nel nostro sistema e di raggiungere una diversa comprensione dell’insegnamento che abbiamo ricevuto.
Una cosa che mi sento dire di Philippe dopo che mi viene chiesto chi è il mio maestro è "ah si, quel tipo che viene una volta all'anno, ammazza tutti e poi torna a casa!" L'uso amichevole del verbo "ammazzare" andrebbe qui spiegato, ma prima parliamo un po' della pratica di Philippe. Philippe si è allenato all'Honbu Dojo molto regolarmente negli ultimi 30 anni, a volte restando per lunghi periodi di tempo (mesi) ed imparando a parlare il giapponese nel frattempo. Philippe appartiene a quella categoria di persone che pratica, dorme e mangia facendo Aikido. Oltre ad essere uno dei pochi istruttori di alto grado che ancora va ad allenarsi regolarmente a Tokyo, si allena pure più duramente e più spesso di chiunque altro io conosca. Si presenta a lezione ogni giorno per tutte e cinque le lezioni dalle 6.30 di mattina alle 8 di sera. Pochi di noi riescono a farlo, neanche da giovani. Sicuramente per me è quasi impossibile allenarmi due giorni consecutivi a quei ritmi. A parte l'incredibile tecnica per cui lo conosciamo, si è anche guadagnato un grande rispetto dagli insegnanti giapponesi che non ho potuto vedere per nessun altro, figuriamoci un Gaijin.
Per tornare al "balletto" (come lo chiama Philippe) che ci facciamo sul tatami, posso dirvi che quando è venuto il momento di prendere l'appuntamento con Philippe per il giorno dopo, ho cominciato ad essere un po' apprensivo, anche se lo sapevo da ben prima che prima o poi mi sarei allenato con lui. Quella notte ho pensato alla natura dell'esercizio che mi veniva proposto. Primo, non sarebbe certo stato il momento di continuare a fare il solito tipo di uke con lui. Infatti ho dovuto forzarmi a dimenticare che era il mio maestro, per convincermi che era come un qualunque altro praticante.
Questa diversa prospettiva è cruciale ed è per questo che è molto importante che un insegnante di così alto livello come Philippe torni ad essere studente ogni tanto. Sfortunatamente pochi lo fanno... Questo video di O Sensei proiettato da un bambino dovrebbe essere abbastanza d'esempio per tutti noi!
O'Sensei proiettato da un bambino
Per tornare alla mia esperienza, il giorno dopo vene il momento di praticare insieme e una volta decisi si è venuto a sedere mentre il Maestro Seki dimostrava la prima tecnica. Cominciavo ad essere nervoso, cercando dentro di me innumerevoli scuse per un mio eventuale falllimento: il jetlag che si faceva sentire di più, la stanchezza del viaggio, il caldo, la durezza del tatami, il cibo straniero, ecc. Quando ci alzammo e iniziò il contatto fisico, tutti questi pensieri scomparirono. Ero di fronte ad un partner sconosciuto e stavo per dargli il mio meglio. Non conoscevo il suo grado, e nemmeno più la sua età. Se fosse stato meno esperto di me l'avrei spinto al suo limite e se al contrario lo era più di me mi sarei spinto a sfidarlo fino al punto di vomitare sul tatami o svenire. Questo è il modo in cui pratico sempre, anche alle normali lezioni. A volte è difficile perché la gente può fraintendere questo comportamento come durezza o aggressività, ma è il solo modo che conosco di rispettare il mio partner.
Su ushiro ryote dori, la presa di Philippe era così forte che potevo a stento muovermi, cosa alquanto frustrante. Dal canto mio allora provavo ad afferrarlo sempre con più forza quando era il suo turno di eseguire la tecnica, consumando stupidamente sempre più energie preziose. Più resistevo, meno sembrava lo sforzo che faceva nel proiettarmi e più dura era per me muoverlo. Al contrario, lui non resisteva affatto, la sua presa era completa, lo provano i segni sui miei polsi il giorno dopo, ma non c'era alcuna rigidità nel suo corpo. Mentre io ero un blocco di cemento che lui portava in giro, sembrava più un sacco pieno di liquido, pesante ed impossibile da afferrare o muovere.
L'altra parte della spiegazione veniva da qualcosa che Philippe chiama "i momenti tra le tecniche". E' il tempo tra la proiezione ed il momento in cui il partner ristabilisce il contatto; l'attacco successivo. Dice sempre che un partner non ritornerà mai allo stesso modo ma cambierà il suo attacco secondo il modo in cui l'abbiamo appena proiettato. Capii che era proprio quello che stava facendo lui. Ogni frustrazione che avevo la mettevo nella tecnica e tornava sempre a me nella forma della sua presa successiva. Piuttosto che mettere i miei sforzi nella parte dellla proiezione avrei dovuto concentrarmi sui momenti in cui eravamo separati, in modo da trovarmi pronto, "sintonizzato", per la suo successiva sollecitazione, ma ero troppo occupato a provargli che la mia tecnica funzionava, non importa quanto mi prendesse con forza.
Dare e ricevere Quel che ho imparato da questa esperienza è che stavo confondendo una presa forte con la rigidità, solidità con immobilità. Presenza e solidità sono concetti estremamente difficili da passare agli studenti. Philippe dice spesso che la frase "tieni forte" non ha lo stesso sognificato per un 20enne e per un 50enne o più. Il 20enne stringerà il più forte possibile, con le sue braccia totalmente bloccate, mentre il 50enne tenderà ad essere molto pesante, presente e disponibile fisicamente.
Comunque l'esperienza è stata molto benefica. E' stato anche interessante vedere che quando non si possono usare le parole, a volte è difficile capire l'altra persona sul tatami. Mi ha fatto capire che se non riesco a capire il mio insegnante sul tatami, probabilmente non capivo molti altri partner che conosco molto meno. Come dice Philippe, "Le tecniche degli altri non sono megliori o peggiori delle nostre, solo differenti, e se non le capiamo significa che non ci siamo allenati abbastanza". Quindi mi allenerò di più e sperò che la prossima volta lo capirò meglio. A volte sento che ho sprecato quell'ora preziosa, concentrandomi sulle cose sbagliate, ma spero di avere un'altra opportunità di allenarmi con lui presto e fare altri errori. Come Philippe dice spesso, "Nell'Aikido, impariamo a perdere", forse è questo che voleva farmi vedere quel giorno... Di Guillaume Erard Quest'articolo è solo la 6 parte su 7 di un resoconto su un viaggio in Giappone con Philippe Gouttard dell'autore, disponibile integralmente su www.guillaumeerard.com. Traduzione dall'inglese di Pasquale Robustini |